L’ADDIO AL DECRETO DIGNITÀ

giovedì 18 Novembre 2021

A quasi dieci mesi dall’insediamento del Governo Draghi possiamo dire ad oggi con certezza e purtroppo anche con un velo d’amarezza, che avevamo ragione su tutta la linea. Questo governo era invotabile allora e lo è ancor più oggi, dopo una serie interminabile di disastri che gridano vendetta. Avremmo sinceramente preferito essere smentiti e aver assistito ad uno spettacolo più decoroso e invece, ciò che poteva andar male, è andato malissimo, puntualmente. In pieno ossequio alla legge di Murphy. Dagli scranni dell’opposizione in questi mesi abbiamo assistito al sistematico smantellamento delle buone cose che si era riusciti a fare con fatica con i precedenti governi. Sono tante infatti le iniziative del Governo Draghi e dei suoi sodali in maggioranza mirate a distruggere tutto il lavoro portato avanti sino ad ora. Insieme all’addio alla Spazzacorrotti, ai processi per i colletti bianchi e i mafiosi, alle norme a tutela dell’ambiente, al blocco dei licenziamenti, abbiamo salutato anche il decreto Dignità. Quello che nel 2018 il bi-ministro Luigi Di Maio aveva salutato con la frase: “Vincono i cittadini!” Ecco, se i cittadini hanno vinto possiamo dire che la gioia è durata poco. Nel passaggio di conversione del decreto Sostegni Bis sono state accolte dalla maggioranza le modifiche proposte da tempo da Confindustria al decreto Dignità. In poche parole, è stato smantellato il provvedimento che come rivendicato al tempo dal capo politico del M5S “licenziava il Jobs Act”. L’impatto negativo sull’aumento dei contratti a tempo determinato è prevedibile. La crisi socio-economica incalza, con lavoratori licenziati a centinaia persino via chat. Per unire al dramma il farsesco, a livello parlamentare sembra che i rappresentanti del M5S abbiano tentato di mitigare i passaggi voluti tanto da Confindustria quanto dai sodali di maggioranza (PD, Forza Italia, Italia Viva e gli altri alleati), ma avrebbero sbagliato a scrivere l’emendamento di contromodifica. Così invece di modificare la modifica hanno creato una nuova fattispecie giuridica, che gli altri partiti hanno concesso ben volentieri. In un comunicato ufficiale Confindustria ancora se la ride, parlando del fatto che forse l’intenzione dei parlamentari era un’altra. Il Dignità era stato fortemente voluto dal Movimento 5 Stelle che è rimasto zitto e fermo davanti a tutto questo.

Ricordiamo che con questo decreto eravamo riusciti a incentivare i contratti a tempo indeterminato del 60 per cento. Ora, dallo scorso luglio, tutto è cambiato. La prima modifica è arrivata a firma del dem Antonio Viscomi che col via libera del relatore del Movimento Giuseppe Buompane, vicepresidente della Commissione Bilancio, ha fatto sì che con la contrattazione nazionale, territoriale, aziendale, sia possibile concordare coi sindacarti il prolungamento del contratto precario. Dopo ci sono stati una serie di tentativi per correggere il tiro, ma invano. I nuovi contratti precari ora possono durare più di 12 mesi, ma avranno comunque una fine con possibilità di rinnovare ulteriormente per altri 12 mesi. Un vero peccato aver buttato all’aria una misura che aveva mandato avanti il Conte I e che stava dando grandi risultati. Il Movimento non l’ha saputa difendere, così come tante altre iniziative. Partito democratico, ma anche Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia l’hanno smantellata presentando praticamente lo stesso emendamento. La domanda è se il Movimento si sia inchinato alla volontà dei compagni di maggioranza o se proprio neppure si sia accorto del pasticcio. Delle due l’una, in entrambe le ipotesi la colpa resta una grave macchia in un curriculum politico che si arricchisce sempre più di note negative.

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